Rifondazione Comunista Valle d’Aosta
La casa virtuale della Sinistra Valdostana
 

La Federazione della Sinistra della Valle dAosta:

Partito della Rifondazione Comunista (PRC),

Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) ed i Giovani Comunisti

Sede: rue Jean-Claude Mochet, n. 7 - Aosta

Per contatti: 329 / 03.24.022 (Prc)

www.rifondazionesevda.it;

odysseus@gmail.com; peasyfloyd@hotmail.com; aosta.pdci@yahoo.it

Comunicato stampa

Aosta, 4 febbraio 2010

La nostra democrazia

Conversazioni

attorno alla Costituzione, allo Statuto di Autonomia per la Valle d’Aosta,

alla politica ed al significato della rappresentanza

La Federazione della Sinistra della Valle d’Aosta, nell’ambito del ciclo di conversazioni, comunica che venerdì 12 febbraio 2010, alle ore 18, presso la sala dell’Hôtel des États di piazza Émile Chanoux in Aosta, l’onorevole Roberto NICCO parlerà delle relazioni tra la Valle d’Aosta e lo Stato italiano, dalla storia contrastata di lungo periodo fino alla critica attualità.

L’incontro sarà moderato da Valter Manazzale, consigliere del Partito di Rifondazione Comunista al Comune di Aosta.

****

Sono, inoltre, previsti i seguenti prossimi incontri, a conclusione del ciclo:

1. Venerdì 19 febbraio 2010 ad Aosta, alle ore 18, presso l’Espace Populaire di rue Mochet, con l’on. Marilde PROVERA, della segreteria provinciale torinese del Prc

Modera Valter Manazzale, consigliere Prc al Comune di Aosta.

Nel corso dell’incontro, si parlerà del valore della rappresentanza del territorio legata alla partecipazione, con particolare riferimento alla rappresentanza dei lavoratori ed al mondo del lavoro nell’attuale forte crisi economica e occupazionale;

2. Venerdì 26 febbraio 2010 ad Aosta, alle ore 21, presso l’Espace Populaire di rue Mochet, presentazione del saggio Senza democrazia. Per un’analisi della crisi (2009).

Ne discutono l’autore, on. Alberto BURGIO, professore di Storia della Filosofia contemporanea all’Università di Bologna, ed il prof. Massimo Angelo ZANETTI, ricercatore di Sociologia presso l’Università della Valle d’Aosta.

sai cosa c’è davvero nelle scatolette di tonno che compri?

Per scoprirlo, abbiamo inviato un questionario alle aziende responsabili dei più importanti marchi di tonno in scatola presenti sul nostro mercato e sulla base delle risposte pervenute abbiamo pubblicato la classifica “Rompiscatole”.

Coop, ASdoMar e Mare Blu sono ai primi posti in classifica: sebbene non siano effettivamente sostenibili, hanno almeno una regolamentazione scritta.
Zero in classifica per due dei marchi più venduti in Italia - Tonno MareAperto STAR e Consorcio - per la loro assoluta mancanza di trasparenza. Su 14 marchi valutati, 11 finiscono nella sezione “in rosso”, perché non hanno ancora adottato criteri chiari per garantire che la pesca del tonno non danneggi l’ambiente.

Per pescare il tonno si utilizzano spesso metodi distruttivi che sono responsabili della cattura accidentale di un’ampia varietà di altre specie, tra cui tartarughe e squali ed esemplari immaturi di tonno. Il pinna gialla, il più consumato in Italia, è sotto pressione e la salvaguardia di alcuni stock desta ormai serie preoccupazioni.

In Italia si consumano più di 140mila tonnellate di tonno in scatola all’anno: prima che anche gli stock di tonno tropicale vengano totalmente compromessi, bisogna ridurre gli sforzi di pesca, eliminare gli attrezzi pericolosi e tutelare con riserve marine le aree più importanti per queste specie.

La nostra democrazia

Conversazioni attorno alla Costituzione,

allo Statuto di Autonomia per la Valle d’Aosta,

alla politica ed al significato della rappresentanza

Venerdì 12 febbraio 2010 ad Aosta, presso la sala dell’Hôtel des États di piazza Chanoux alle ore 18, incontro con l’on. Roberto NICCO

Modera Valter Manazzale, consigliere Prc al Comune di Aosta

Tema dell’incontro: Le relazioni tra la Valle d’Aosta e lo Stato italiano, storia ed attualità

Venerdì 19 febbraio 2010 ad Aosta, presso l’Espace Populaire di via Mochet alle ore 18, incontro con l’on. Marilde PROVERA, membro della segreteria provinciale torinese del Prc

Modera Valter Manazzale, consigliere Prc al Comune di Aosta

Tema dell’incontro: Il valore della rappresentanza legata alla partecipazione, con particolare riferimento alla rappresentanza dei lavoratori ed al mondo del lavoro nell’attuale forte crisi economica ed occupazionale

Venerdì 26 febbraio 2010 ad Aosta, presso l’Espace Populaire di via Mochet alle ore 21, presentazione del saggio Senza democrazia. Per un’analisi della crisi (2009)

Il saggio affronta lo studio della crisi economica che stiamo vivendo nel mondo occidentale, con milioni di posti di lavoro distrutti e l’arretramento dei salari e degli stipendi, con l’adozione, anche da gran parte della sinistra, di politiche neoliberiste di riconversione del capitalismo e di redistribuzione delle risorse, sulla base di privatizzazioni dei servizi essenziali, della precarietà del lavoro e dei tagli alla spesa sociale; una crisi del capitalismo globale e della democrazia paragonabile a quella sofferta nella grande Depressione degli anni Trenta, che portò alla Seconda guerra mondiale e che potrebbe determinare l’inizio della fine del capitalismo come l’abbiamo conosciuto ed alla tendenza a considerare la democrazia come un fastidioso intralcio

Ne discutono l’autore Alberto BURGIO, professore di Storia della Filosofia contemporanea all’Università di Bologna, ed il prof. Massimo ZANETTI, ricercatore di Sociologia all’Università della Valle d’Aosta

La popolazione tutta è cordialmente invitata

La Federazione della Sinistra della Valle dAosta:

Partito della Rifondazione Comunista (PRC),

Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) ed i Giovani Comunisti

Sede: rue Jean-Claude Mochet, n. 7 Aosta

Per contatti telefonare al numero: 329 / 03.24.022 (Prc)

www.rifondazionesevda.it

odysseus@tele2.it; peasyfloyd@hotmail.com; aosta.pdci@yahoo.it

COMUNICATO STAMPA

Nel corso della partecipata Conferenza regionale di venerdì 29 gennaio, oltre ad aver votato la linea politica con la quale presentarsi alla IV Conferenza nazionale dei Giovani Comunisti, è stato eletto il nuovo Coordinatore regionale Matteo Castello.

L’intento del Coordinatore sarà quello di rilanciare i GC attraverso una più pregnante attività fondata sui pilastri della cultura, del radicamento sul territorio e dell’appoggio ad ogni movimento sociale nato dal basso.

I GC intendono ringraziare il Coordinatore uscente Andrea Padovani per il prezioso lavoro svolto in questi 3 anni.

Giovani Comunisti VdA

Torino
La Fiat alza le tende da Termini Imerese dando la colpa alla scarsa produttività del sito. Ma quali sono le responsabilità dell’azienda?
A Termini Imerese possiamo dire che è stata tagliata la catena alimentare della produzione dell’auto. Fuori di metafora, vuol dire che in quel sito ormai è rimasto solo l’assemblaggio. Oggi più di tre quarti del prodotto auto sono componenti esterni al processo produttivo della casa madre che poi ci mette effettivamente il marchio. La Fiat acquista i componenti da fuori e poi dice che Termini Imerese non rende più. Non è un incidente, perché intanto lì di investimenti non se ne sono fatti. Risultato, far arrivare i pezzi in quel posto non conviene più. Più generalmente, la verità è che le aziende italiane non investono più in beni strumentali.

Veniamo alla crisi mondiale. La vulgata ancora sostiene la teoria dell’errore umano e della mancanza dei controlli o, peggio ancora, di una banale crisi del credito. Lei cosa ne pensa?
Il punto è che l’industria è ormai diventata un ramo della finanza. Quando la divisione finanziaria di una impresa arriva ad interessare il 40% degli affari è inevitabile che ogni più piccolo problema che si verifica in questo settore si trasmette in tutto il resto con effetti devastanti. Quello che è tragico in ciò che sta succedendo è che molti pensano di poter tornare al quo ante, a come l’economia mondiale funzionava prima del 2007. Ma questo non sarà possibile. Prima lo capiamo e meglio è.

Cioè introducendo qualche piccola regolazione?
Più o meno. E’ come se di fronte al cedimento di un vecchio palazzo si intervenisse piazzando delle telecamere all’esterno nel tentativo di monitorarne l’andamento. Fanno finta di non capire che in realtà bisogna entrare dentro, andare a verificare i piloni portanti, le crepe, le infiltrazioni d’acqua. In breve, bisogna cominciare a mettere mano a riforme serie e non a semplici aggiustamenti. Da Gran Bretagna e Stati uniti qualcosa sta venendo in questa direzione. L’intreccio tra finanza e industria è talmente forte che servono leggi europee. Ogni paese da solo non ce la fa. I poteri in gioco sono soverchianti. Il punto è che è proprio nell’Unione europea che non si stanno elaborando riforme radicali ma solo meccanismi che intervengono sulla sorveglianza. Tra Bruxelles e Strasburgo lavorano più o meno stabilmente circa quindicimila lobbisti, funzionari che rappresentano gli interessi di imprese e soggetti finanziari di varia natura. Serve una pressione sindacale più forte. Il movimento dei lavoratori dovrebbe fare qualche manifestazione in più nelle sedi istituzionali dell’Ue.

Ha un qualche senso la proposta di una economia verde, ovvero basata sull’ecocompatibilità?
Quella dell’economia verde è una strada da imboccare con molta decisione. Non c’è solo il tema delle energie rinnovabili ma anche quello del risparmio energetico. E’ un impegno economico che suggerisce un cambiamento di rotta radicale rispetto al come e cosa produrre perché si passerebbe dalla quantità alla qualità. In fondo, se nel mondo ci sono più poveri e affamati di quanti ce ne erano dieci anni fa allora è della qualità della vita delle persone che stiamo parlando. In quello che è accaduto ad Haiti è tutto il mondo sviluppato che ha delle precise responsabilità, al di là della calamità naturale in sé.

Abbiamo parlato di responsabilità nella crisi economica e della necessità di svincolarsi dal ricatto dell’economia finanziaria. Qual è il ruolo della politica?
Certo, dovrebbe essere la politica a dare delle indicazioni precise, ma quello che accade sotto gli occhi di tutti è che è difficile tirare una linea netta di demarcazione tra politica, lobby finanziaria e mondo produttivo. Elementi di politica industriale se ne vedono solo in Gran Bretagna, Germania e Stati uniti.
F.S.

da Liberazione del 01-02-2010

La netta sconfitta dei democratici statunitensi nello Stato del Massachussets, seggio tenuto per decenni dal grande Ted Kennedy, sollecita una riflessione sulla natura profonda di una parte dell’elettorato delle cosiddette democrazie avanzate, quindi anche della nostra. È vero che la scelta non azzeccata del candidato può parzialmente spiegare la ragione di un rovesciamento di orientamento degli elettori, ma il risultato sembra essere stato provocato dalla durissima opposizione del candidato repubblicano alla riforma sanitaria di Obama. Detta riforma era già nel suo programma, in forma ben più radicale. Nel corso dell’iter della legge, con grande senso di mediazione, Obama ne ha attenuato e smussato i tratti più “socialisti” dunque indigesti per la sensibilità dell’uomo medio stelle e strisce. Inoltre la riforma, fondata su una indiscutibile ragionevolezza non è ancora in vigore. Non è possibile verificarne gli effetti. Ma è bastata una campagna demagogica, fondata su falsi presupposti di interesse comune, in realta motivata dagli sconci interessi dei potentati economici contrari alla riforma, per ribaltare, nell’arco di un solo anno, le scelte di voto dell’elettore istintuale. Sembrerebbe che tale elettore non sia interessato alla realtà delle cose né alla verifica dei fatti, ma che voti sulla base di reazioni pulsionali di tipo viscerale e emozionale. E se questo accade in un Paese con un’opinione pubblica come gli Usa figuratevi in Italia dove l’opinione pubblica giace da anni in uno stato di coma profondo. I nostri berluscones queste cose le sanno benissimo e si muovono in questo marasma con abilità ed efficacia sparando senza pudore balle demagogiche spaziali. Purtroppo nelle pseudodemocrazie, molto spesso, la vittoria elettorale non dipende né dal buon governo né dai buoni programmi.

30 gennaio 2010 di Moni Ovadia
Definire un programma di intenti per i Giovani comunisti, concepire positivamente il loro ruolo e la loro azione, in una realtà come quella della Valle d’Aosta, richiede un passaggio necessario, cioè quello di comprendere quale sia l’utilità sociale e politica di una organizzazione giovanile di un partito comunista.
Occorre dunque capire il significato di due termini/categorie, quello di “giovane” e quello di “comunista”. Perché è proprio dalla relazione e dall’interazione tra i due (ognuno dotato di autonomia semantica) che scaturisce il significato e la forza che vogliamo rilanciare per gli anni futuri e a cui non vogliamo rilnunciare.

Giovani in VdA
Essere giovani in Valle d’Aosta non significa, purtroppo, quello che può voler dire esserlo a Torino, o in altre realtà italiane.
Vuol dire perlopiù essere privi di stimoli culturali, crescere in strutture scolastiche spesso legate ad un insegnamento enciclopedico e a-critico, non avere stimoli e sbocchi politici, non trovare spazi liberi per soddisfare le proprie ambizioni e i propri interessi.
Il paternalismo più perbenista domina, facendo calare dall’alto spazi controllati e neutrali, sicuri e non in grado di generare dinamiche oppositive e critiche. Pensiamo ad esempio alla recente conformazione della Cittadella dei Giovani, luogo burocratico, aziendalistico e ipocritamente moralizzatore (divieto di vendita degli alcolici e definizione di orari “adeguati”).
Il significato sotteso da questa maniera di organizzare la gioventù unisce uno strenuo tentativo di impedire che questa si autogestisca (ricordate l’esperienza dell’Anita?) per evitare il pericolo di “faziosità” e radicali prese di coscienza, con un sistema di tutela e di welfare elevato e pregnante.
Le due cose insieme, sebbene la seconda sia un diritto da difendere, impediscono un affrancamento della gioventù dallo stato di dipendenza culturale, esistenziale e, spesso, professionale, da “mamma regione”.
L’assenza di una gioventù in grado di criticare e di generare una mentalità e delle pratiche oppositive rischiano di renderla sempre più passiva e omologata. L’assenza di spazi sociali autogestiti o occupati, la timidezza con la quale si conducono le battaglie politiche, il ritardo con cui ci si confronta con le contraddizioni della vita reale, l’eccessiva dose di rispetto delle formalità e della legalità sono sia alcune delle cause dei nostri mali, sia le conseguenze del potere coercitivo e appiattente della casta unionista.
La gioventù deve invece riuscire a ritrovare la voce che per molto tempo le è stata negata, ribadendo la sua voglia di gestire autonomamente il proprio presente e di immaginare senza guinzagli di alcun genere il proprio futuro. Occorre ai giovani conquistare spazi liberi, autogestiti, occupati, dove si possano promuovere iniziative culturali e politiche, dove si possa pensare, divertirsi, confrontarsi senza la supervisione di nessun altro se non dei giovani stessi.
La gioventù deve essere concepita come un libero laboratorio, non come una via segnata da percorrere in modo predeterminato.

L’attualità del comunismo
Arriviamo dunque al secondo tassello prima di fornire una sintesi, quello della valenza più che mai attuale del termine “comunista”.
Viviamo in un mondo che sta riscoprendo, proprio in quell’occidente che fino a poco fa si illudeva in un’ubriacatura post-ideologica di aver superato le contraddizioni classiche, lo sfruttamento brutale degli immigrati clandestini, i quali rappresentano il nuovo proletariato da tenere mansueto, non organizzato, in modo da avere un bacino di lavoro generico non specializzato e sotto-pagato. E badate bene, non si tratta di schiavitù, ma di quella particolare forma di lavoro che prende il nome di “lavoro salariato”. Nella sua forma più primitiva, certo, ma è significativo il fatto che questa si ripresenti in tutta la sua violenza nel cuore dell’impero del capitalismo.
Lo sfruttamento del lavoro è sempre più palese e generalizzato: le nuove forme di lavoro precario non permettono tutele né diritti ai lavoratori, destinati ad essere sempre più dipendenti dal padronato, il quale conduce da vent’anni una battaglia per tenere bassi i salari, impedire loro di recuperare quanto perso dall’inflazione, reprimere ed indebolire i sindacati, impedire le forme più elementari di conflitto come lo sciopero.
Settori come quello pubblico e quello della conoscenza sono depredati e privatizzati in nome dell’ideologia del progresso, della crescita e del profitto. I valori del mercato sembrano dominare incontrastati, andando a generare nuove forme di capitalismo di rendita basate sul trarre profitto da beni collettivi, quali il sapere. Una nuova classe di sfruttati sono i lavoratori precari della conoscenza, il cui lavoro e il cui impegno viene declassato a meno che questo non venga messo a disposizione delle esigenze di aziende e centri di ricerca privati. Lo studente subisce lo stesso processo di mortificazione delle conoscenze acquisite, vedendo la sua laurea ridursi a carta straccia, vedendo il suo futuro piegarsi alla casualità dei meccanismi di mercato.

È di fronte a questo scempio che ci definiamo comunisti. Di fronte alla fredezza e all’ingiustizia dei valori materiali e monetari noi contrapponiamo il credo nella persona, nell’umanità. Crediamo che la gente debba utilizzare l’economia come mezzo per soddisfare le proprie esigenze, non il contrario, cioè farsi sovrastare dalle fredde leggi dell’economia, la cui razionalità porta allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente.
Ci creano intorno il deserto e lo chiamano progresso!
Ricerchiamo consiglio ristudiando i classici, non per ancorarci al passato ma per avere solide basi per approcciarci al futuro.
“Il comunismo non toglie a nessuno il potere di appropriarsi i prodotti della società, toglie soltanto il potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale appropriazione”, questo diceva Marx nel Manifesto del 1848.
Badate bene, non esistevano imperativi categorici negli scrittti di Marx, se non il celebre “proletari di tutti i paesi unitevi!”. Questo è un punto importante per comprendere la nostra identità: il nostro essere comunisti deve rifiutare l’imposizione, il dogmatismo e il settarismo, per riscoprirsi come metodo di critica e di analisi e come pratica aggregante e di lotta.
Come metodo, perché, come diceva Lukàcs, essere marxisti non significa ripetere dottrinariamente le parole di Marx, ma credere nella validità del metodo dialettico e della categoria di totalità. I comunisti devono riuscire a fornire una visione d’insieme, una critica e delle risposte organiche alle contraddizioni che al senso comune paiono atomizzate e non in relazione tra di loro.
Come pratica aggregante perché i comunisti devono dare appoggio ad ogni lotta contro il capitale, fornendo appoggio sincero e non strumentale a chi lotta e si ribella contro un sistema iniquo ed opprimente. Non cadiamo nella tentazione dei settari descritti da Trotzky, per i quali: “prepararsi alla rivoluzione significa unicamente convincere sé stessi dei vantaggi del socialismo” e che “non sanno vedere che due colori: il bianco e il nero. Per non lasciarsi indurre in tentazione, semplificano la realtà”.
Riscopriamo inoltre la vocazione profondamente democratica dei comunisti, superando la concezione formale e limitata di democrazia borghese. Rosa Luxemburg affermava che solo la libera partecipazione delle masse potesse portare all’affermazione del socialismo. “L’accantonamento della democrazia è ancora peggiore del male cui dovrebbe ovviare: soffoca cioè la sorgente vitale stessa, a partire dalla quale soltanto possono venir corrette tutte le insufficienze congenite alle istituzioni sociali […] Illimitata libertà di stampa, libera vita d’associazione, di riunione…solo così il dominio di larghe masse popolari può essere possibile […] attiva e libera partecipazione delle masse in un regime di democrazia illimitata”.
Questo è il comunismo, e questo è molto attuale in una società sempre più autoritaria, ingiusta, iniqua, dove gli interessi particolari sono più importanti di quelli collettivi, dove il denaro conta più della vita.

Giovani comunisti. Senso e prospettive
Arriviamo alla sintesi dunque.
Uniamo la vitalità, la forza, l’assenza di limiti alla fantasia, alla spinta innovativa del libero pensiero giovanile con la disciplina e gli ideali comunisti per capire come i Giovani Comunisti debbano interpetare la loro azione nella realtà cui apparteniamo.
Quello che dobbiamo fare in Valle d’Aosta è ricostruire la nostra credibilità partecipando instancabilmente e con disinteresse ad ogni forma di movimento di lotta: dai comitati, alle assemblee cittadine, ai movimenti culturali.
Così stiamo peraltro già facendo da un anno, rappresentando una parte viva del Collettivo studentesco valdostano e del Collettivo antifascista, nonché essendo stati i promotori del coordinamento di Altra Scuola.
L’azione dei GC non è finita qui. La creazione di Sinistra Valdostana ha visto in primo piano proprio i membri dei GC, così come la creazione di Sottobanco, per non parlare della vittoriosa “battaglia” contro le modifiche al sistema dei rimborsi per studenti universitari.
Tutte queste esperienze devono spingerci a continuare ad inserirci nelle realtà sociali, partecipando e contribuendo ad una presa di coscienza collettiva e condivisa.
Nello stesso momento però i Giovani Comunisti devono ricostituire la loro specificità interna, nel tentativo di rilanciare la prospettiva comunista, o meglio, le categorie marxiane, nella difficile realtà in cui ci troviamo.

Che fare?
L’Union Valdotaine rappresenta una grande e difficile sfida per chiunque lotti per la democrazia in Valle d’Aosta. Si tratta di una forma di berlusconismo altamente specifica, capace di riprodurre le storture nazionali in chiave locale. I numerosi conflitti di interesse, il malgoverno, il nepotismo e il clientelarismo sono solo alcuni dei mali che affliggono la nostra società, controbilanciati però dal controllo sempre più opprimente della regione sui posti di lavoro. Inutile spendere troppe parole sulla falsità del ruolo di “difensore” dell’autonomia di cui l’Union si vuole appropriare, essendo in realtà il partito di difesa dei privilegi della classe dirigente e del padronato locale.
Urge per questo una riflessione ed uno studio sull’autonomia e sulle sue forme, sulla possibilità di riscoprire i valori progressisti ed universalistici propri del discorso autonomista, storpiato ed immobilizzato dalla retorica opportunista unionista.
Abbiamo bisogno di capire quale sia la conformazione del potere in Valle d’Aosta, quali siano gli interessi che tendono reti invisibili (o troppo evidenti) tra economia e politica. Occorre una mappa del potere capace di svelare le trame che regolano la politica nostrana, capace di orientare, rendendo più cosciente, la nostra azione e la nostra critica.
Bisogna tornare a fare cultura. Questo deve essere il nostro campo privilegiato, perché “la cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico” (Gramsci).
Dobbiamo tornare ad occuparci del lavoro, perchè è dal rapporto capitale-lavoro che sono generate le contraddizioni della società capitalista, dalla schiavitù dell’uomo rispetto agli oggetti che egli stesso produce, dalle merci che costituiscono il nuovo vitello d’oro da venerare e da idolatrare. La logica mercatista è la nuova religione laica, un nuovo totalitarismo pervasivo e sottile.
Anche in Valle d’Aosta la crisi economica sta mietendo le sue vittime: le fabbriche chiudono, si spostano dove le condizioni sono più favorevoli, gli operai vengono licenziati o finiscono in cassa integrazione. Con questa realtà noi dobbiamo confrontarci, grazie alle categorie che ci sono proprie, trovando la forza di aprire un dibattito ed una lotta proprio sul tema del lavoro.
Come ho già scritto recentemente occorre che i giovani si occupino in prima persona di questi temi, andando davanti alle fabbriche, parlando con i lavoratori, imparando, domandando, proponendo.
Rilanciare con forza il tema del salario sociale diventa a questo punto una priorità cui i Giovani Comunisti devono contribuire con convinzione.
Occore infine tornare a radicarci sul territorio. In una prospettiva di lungo periodo dobbiamo assolutamente riuscire a creare circoli e gruppi al di fuori del comune di Aosta, cercando di sfruttare le nostre conoscenze e il nostro tempo per creare una rete operativa e dialogante di compagni.

Per fare tutto questo occore però fare dell’impegno nei GC una priorità, evitando però di interpretare lo stesso impegno come un autoreferenziale sacrificio volto alla mera riproduzione di un contenitore senza contenuti, bensì come uno sforzo da condurre per e nella collettività, includente e spontaneo, gioioso e volenteroso.
Un contributo alla rinascita di una gioventù dinamica, critica e passionale.
Un progetto ambizioso, certo. Ma che senso ha una gioventù senza ambizioni?
Che senso ha una generazione senza sogni?
Che senso ha una generazione incapace di indignarsi e di ribellarsi di fronte allo sfruttamento e all’ingiustizia?
Mi permetto una risposta lapidaria: nessuno!
Ed è per questo che i GC devono considerarsi come una generazione di sogni, di conflitti e di rivoluzioni e agire di conseguenza.

Matteo Castello, nuovo coordinatore regionale VdA dei Giovani Comunisti (subentrato ad Andrea Padovani che per tanti anni ha tirato avanti la carretta e che ringraziamo di cuore per tutto l’impegno profuso nella carica ufficiale)

COMUNICATO STAMPA

28-01-2010

Risposta all’assessore Marguerettaz

Crediamo che sia bene rispondere ad alcune affermazioni sostenute dall’assessore Marguerettaz: l’Assessore afferma che la Valle d’Aosta avrà grande visibilità mediatica ad un prezzo praticamente nullo (come se 20.000 euro in tempi di crisi fossero pochi), cita a riguardo il caso del Trentino, che in passato ha speso molto di più per lo stesso servizio (doveva essere sponsorizzato il comune di Molveno con alcuni video) . E’ sufficiente ripescare gli articoli datati settembre 2006 per rendersi conto di quanto tali spot siano stati più virtuali che altro, dedicando “due veloci immagini” (fonte: http://ricerca.gelocal.it/trentinocorrierealpi/archivio/trentinocorrierealpi/2006/09/14/AT1PO_AT107.html) alla località in questione e poco altro, con non poche lamentele e aspettative deluse dei diretti interessati.

Il nostro ragionamento però va oltre: a noi non interessa che si promuova la Valle d’Aosta come una merce qualsiasi nel mercato del turismo. A noi interessa dare un’immagine positiva e culturale della nostra Regione e rifiutiamo pertanto la logica machiavellica per cui ogni mezzo sia utile per il fine di incrementare la nostra economia. A noi non interessa mettere in discussione l’intelligenza dei 5 milioni di persone che guardano tale programma, bensì preferiamo stare dalla parte degli oltre 1300 valdostani che in un paio di giorni hanno espresso il proprio dissenso per il finanziamento regionale ad un simile programma. Ciò è un ulteriore scandalo se si pensa che per tale programma, come fa notare giustamente lo stesso Assessore, ci troviamo già a pagare tramite i nostri canoni versati alla RAI, usati purtroppo in questa maniera, per noi, poco oculata. Non credendoci superiori a nessuno rivendichiamo solo il diritto di non finanziare ulteriormente tale programma televisivo con risorse regionali, e auspichiamo che si possa migliorare l’immagine della nostra Regione non con spot mercantili ma con il miglioramento concreto dei servizi e delle infrastrutture pubbliche. Inoltre vorremmo rassicurare l’Assessore: non siamo così folli da pensare che più un migliaio di persone possano condizionare le decisioni di una Giunta che prende sempre di più decisioni senza ascoltare i valdostani salvo poi rettificarle parzialmente quando si trova alle strette (vedi questione biglietti per studenti). Pensiamo però che questa Giunta prima o poi dovrà ascoltare il malcontento crescente che c’è nella nostra valle e che comincia a farsi sentire.

Giovani Comunisti

di Valerio Evangelisti

DittaturaDelProletariato.jpg[Questo raccontino è apparso sul numero speciale de Il manifesto del 17 dicembre 2009, intitolato "Comunista a chi?". Lo dedico a Manolo Morlacchi e Costantino Virgili, ennesimi "brigatisti nelle intenzioni" (cioè "non hanno fatto un cazzo ma avrebbero potuto..."), finiti in galera a scopo preventivo. Il primo, poi, per ragioni "di stirpe".] (V.E.)

«“Socializzeremo tutto, eccetto i barbieri”» disse Paolo Ferrero, esausto, posando l’AK 47 su un tavolo del Viminale.
«E’ una frase bellissima. Lenin?» chiese Oliviero Diliberto, mentre cercava di togliere la polvere dalla divisa grigioverde.
Alle sue spalle Marco Rizzo, suo eterno contestatore, stava posando con precauzione il bazooka. «Ma che stronzata. Lenin non si è mai occupato di barbieri. Sarà un altro teorico.»

«Infatti» sorrise Ferrero. «Si tratta di Mario Tanassi, segretario del Partito Socialdemocratico prima di Mani Pulite.»
«Perché i barbieri no?» chiese Diliberto.
«Tanassi rettificò durante una Tribuna Politica. Anche i barbieri erano da socializzare.»
Il dialogo si svolgeva mentre nelle strade si combatteva ancora. Le milizie del CPO Gramigna avevano ormai preso Montecitorio. Quelle del Crash di Bologna occupavano tutta l’area da Ponte Milvio a Piazza del Popolo. Il Vittoria di Milano presidiava la Stazione Termini. Il colpo di Stato era fallito, si combatteva in ogni città italiana. A tutti era chiaro che a Roma si svolgeva la battaglia decisiva, specie dopo la fuga del papa ad Avignone.
Dai cortili giungeva il fragore delle fucilazioni. «Questo deve essere Gasparri, oppure La Russa» osservò Ferrero, trasognato.
«No, è D’Alema» disse secco Ferrando, che entrava in quel momento. «Come ultimo desiderio ha chiesto di avere l’estremo rapporto carnale con Berlusconi. Non è stato possibile accontentarlo.»
Si curvarono tutti sulla carta geografica, come se potesse fornire chissà quali risposte.
Ferrero guardò da sopra gli occhiali, che gli erano scesi sulla punta del naso, come sempre. La forma del suo naso era adatta allo scopo. «Adesso si tratta di realizzare il comunismo. Qualche idea?»
Ferrando parlò con sicurezza. «A ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilità. E’ facile.»
«Facile?» Ferrero rialzò gli occhiali. Era la prima volta in vita sua che lo faceva. «Barbieri a parte, chi potrebbe gestire enormi complessi industriali? Le ferrovie? Le telecomunicazioni? Gli impianti siderurgici?»
«Forse dovremmo sentire Toni Negri» propose Sergio Bologna dal fondo della sala. «Lui aveva in merito idee ben precise.»
Ferrero annuì. «Ottima proposta. Portatemi qua Negri. O magari Casarini.»
Ferrando assunse un’espressione desolata. «Fucilati tutti e due. Pochi minuti fa.»
«Ma perché?»
«Il Comitato di Salute Pubblica li ha definiti deviazionisti. Sostenevano l’assimilazione degli ex ceti medi al proletariato.»
Senza dare nell’occhio, Sergio Bologna infilò la porta.
Ferrero sospirò e scartò la mappa. «Basta. Dobbiamo fare il comunismo. Siamo nella fare transitoria definita “dittatura del proletariato”. Non c’è che lo Stato che possa gestire strutture produttive di grande ampiezza. E’ il socialismo. A ciascuno secondo il suo lavoro, da ciascuno secondo le sue capacità.» Guardò Ferrando. «Dico bene?»
«In teoria sì» rispose il leader trotzkista «però sarebbe capitalismo di Stato. Nulla a che vedere con il comunismo.»
«D’accordo, però a chi faremmo gestire i grandi impianti?»
«Si può pensare a soviet di lavoratori che eleggano i loro manager.»
«Per un periodo transitorio.»
«Certo, transitorio.»
Si fece avanti Marco Rizzo. «Se permettete. Andrebbe individuato un capitalista che guidi mezzi di informazione, attività finanziarie, banche e sistemi di comunicazione, gruppi assicurativi. Il soviet voterebbe per lui come primo manager, a larga maggioranza. Lo fecero anche in Russia, durante la NEP.»
Ferrero scosse il capo. «Non esiste un tipo così.«
«Sì che esiste» disse Ferrando. «Silvio Berlusconi.»
«Non lo hai già fucilato?»
«No. E’ lì in cortile che aspetta il plotone d’esecuzione.»
«Portalo qui subito!»
Poco dopo Berlusconi faceva il suo ingresso, scortato da due guardie dell’Officina 99 di Napoli. Diliberto gli lanciò un’occhiata carica di disprezzo. L’ex presidente del Consiglio appariva invecchiato e affaticato, tuttavia non mancava di vivacità.
«Eccolo qua, il fascista.»
«Mai stato fascista, non credete alle calunnie dei giornali.» Berlusconi frugò sotto la giacca tutta spiegazzata. «Posso anzi mostrarvi la tessera del partito bielorusso Comunisti per la Democrazia, firmata dal compagno Lukashenko in persona.»
«Non ci basta» replicò Diliberto, a muso duro.
«Non siate ingrati. Quando tutti sostenevano che i comunisti non esistevano più, ero l’unico a dire che c’eravate ancora.»
L’osservazione colpì positivamente tutti i presenti. Ferrero finì con l’annuire. «C’è un fondo di verità. Ma non è sufficiente a salvarle la vita.»
Berlusconi non si lasciò smontare. «Cosa diceva il compagno Lenin? Che il comunismo sono i soviet più l’elettrificazione. Voi mettete i soviet, io l’elettrificazione. Credetemi, sarò un presidente proletario.»
Ferrando, che sembrava il più perplesso, parve convincersi. Si accarezzò la barba che non pettinava da trent’anni. «Be’, si può provare» mormorò.
«Sì, sono d’accordo» disse Rizzo.
Ferrero guardò Diliberto, che gli fece un cenno di consenso. «E sia.» Chiamò un miliziano del CPO Gramigna. «Metti quest’uomo in libertà. Fallo scendere in cortile.»
«Subito.» Il miliziano accompagnò Berlusconi alla finestra e lo gettò di sotto. Si udirono un urlo e un tonfo.
«Ma che ti prende?» urlarono tutti.
Il miliziano tolse la pistola dalla fondina e la brandì. «Compagni, la dittatura del proletariato è finita. Inizia la fase successiva. Quella dell’estinzione dello Stato.»

Dino Greco
C ‘ é qualcosa di nuovo e di importante che si fa strada fra la nebbia della politica italiana. Il successo di Vendola nelle primarie del centrosinistra pugliese - almeno nelle proporzioni materializzatesi - è davvero qualcosa di inedito e di imprevisto.
Che la svolta stesse maturando lo si era avvertito in questi giorni da alcuni segnali, sempre più nitidi: la crescente fibrillazione nelle file dei democratici, il repentino abbandono del campo da parte del “grande tessitore”, Massimo D’Alema, il quale dopo aver promesso sfracelli a chi avesse ostacolato il suo disegno si è sfilato dalla contesa, lasciando che lo sfibrato Boccia, proiettato nella mischia come un kamikaze, consumasse in solitudine la sua seconda sconfitta contro Nichi. Ma non è sugli errori “tattici” del Pd, che pure vi sono stati, e vistosi, che merita soffermarsi. Sotto il cielo di Puglia è avvenuto - ed è forse la cosa più importante - che le geometrie politiciste, le alleanze concepite dagli stati maggiori, come in un asettico caleidoscopio, a fronte della ben modesta attenzione dedicata ai programmi, sono state travolte da un sussulto di popolo.
Gli apparati, dunque, non sono onnipotenti. C’è una domanda di democrazia, di coerenza e di pulizia che non si fanno fideisticamente irregimentare, addomesticare e ridurre al silenzio dalla “ragion di partito”.
La seconda lezione è che le coalizioni concepite con il solo o con il prevalente intento di conquistare il potere (ossessione compulsiva che ha contaminato la sinistra moderata sino a sconvolgerne identità e profilo politico) generano in realtà sconfitte, disaffezione, fuga dall’impegno militante, astensione dal voto, persuasione che nulla può cambiare sul serio.
La terza lezione è per la sinistra, per tutta la sinistra, nella speranza che essa sappia prestarvi ascolto. Si rinnova verso di essa, una richiesta di cui si erano perse le tracce. Una richiesta di esistenza e di unità. Di esistenza , perché è necessaria una forza autonoma, non subalterna al Pd, capace di ridare dignità alle smarrite ragioni dell’uguaglianza, dei diritti, del conflitto sociale, del lavoro, sbiadite sino all’impalpabilità nella cultura “riformista” autoconfinatasi dentro il perimetro della liberaldemocrazia; e di unità , perché la vocazione alla diaspora che dopo il collasso dell’89 ha progressivamente ridotto la sinistra alla marginalità e all’ininfluenza ha già procurato troppi danni al Paese, consegnato alla più grave crisi democratica della storia repubblicana. La ritrovata intesa, perseguita e costruita nell’estremo sud, é ora alla prova nel resto d’Italia. Anche in Lombardia, per capirci.

da Liberazione del 26-01-10